Ho quasi 50 anni, mi chiamo A. e sono un addetto alle pulizie alla Camera dei Deputati.

Lavoro qui da 28 anni, con un contratto part time a 27 ore settimanali. In questi anni non ricordo quanti appalti siano cambiati, so soltanto che ad oggi il mio reddito annuo non supera 12000€, e che al prossimo cambio sarò come sempre a rischio, precario da una vita nello stesso posto, con le stesse mansioni, e con la stessa ansia del primo giorno. Ho visto cambiare governo, facce, promesse, e mai uno che pensasse che fosse arrivato il momento di internalizzarci. Sono a metà strada di una vita lavorativa e non ho ancora potuto sperimentare cosa significhi pensare con serenità al futuro, mi spezzo la schiena ogni giorno, senza nessuna garanzia per la mia famiglia. E da uomo è dura. Ho mia moglie e mia figlia disabile a carico, e leggo nei loro occhi la vulnerabilità di chi ha messo la propria vita nelle mani di un eterno precario.

La discriminazione che vivo ogni giorno, nel fare un lavoro considerato solo “femminile”, non è tanto nel giudizio della gente ma nel rendermi conto che quella discriminazione non è solo un’opinione, ma un fatto che si traduce con uno stipendio più basso della media. Perché la cosa più sconcertante al mondo d’oggi è che i lavori considerati “femminili” sono ancora sotto pagati, e spesso incerti come il mio.

Il mio lavoro è considerato meno di niente, spesso additato per definire la peggiore condizione al mondo, anche da certi politici che lo usano per offendersi a vicenda. Ho letto ultimamente che proprio uno di questi ha detto la frase “neanche a pulire i cessi ti vorrei!”. Io i “cessi” come li chiama lui, li pulisco tutti i giorni e da questo lavoro mi aspetto di meritare almeno la certezza di una stabilità contrattuale, tanto quanto quei “cessi” loro li vogliono giustamente puliti ogni giorno.