Mi chiamo R. e faccio le pulizie alla Camera dei Deputati dal 1992

Sono nata in Calabria 63 anni fa, se non cambiano le cose tra qualche anno andrò in pensione con la minima e con l’amarezza di non aver mai avuto un contratto stabile, pur lavorando alla Camera.

Quando ho iniziato lavoravo 31 ore a settimana, con l’ultimo cambio appalto mi hanno ridotto l’orario a 27, e forse al prossimo lo ridurranno ancora. Oggi il mio CUD è di 8887,81€ e prenderò una miseria di pensione. Me ne tornerò nella mia terra, dove almeno la vita costa meno. Ma i miei figli? Con loro vivere a Roma è sempre stato un sacrificio, nonostante mio marito ed io siamo dei grandi lavoratori e ci siamo sempre arrangiati. Quando decidemmo di trasferirci pensavamo che la Capitale ci avrebbe offerto più del sole, sicuramente più opportunità. Cosi non è stato purtroppo. Perché ad oggi ho imparato sulla mia pelle cosa significhi essere considerata bassa manovalanza che merita solo di essere messa all’asta.

Quando lavoro alla Camera e incrocio lo sguardo dei Deputati loro neanche mi vedono. È come se non respirassimo la stessa aria.

In paese si dice che un tempo trattavano così i “figli di nessuno”. Siamo quelli di cui nessuno si preoccupa, necessari come il pane, perché nessuno vuole lavorare in un ambiente sporco, ma trattati come se non contassimo nulla. Ed io sono stufa di essere trattata così. Da piccola mi hanno insegnato che solo il lavoro nobilita l’uomo e lo rende degno. La dignità non può passare al setaccio del lavoro che svolgi, la dignità sta nelle tutele contrattuali che hai. E non me ne voglio andare in pensione senza essermele prese quelle tutele!

Lotterò fino alla fine perché il mio lavoro venga riconosciuto come dipendente della Camera dei Deputati. Quella è la mia sede di lavoro da 26 anni, lo Stato è il mio reale datore di lavoro, non l’appaltatore di turno, non possono considerarmi subalterna e precaria a vita!